Quando parliamo di trauma, è facile pensare a eventi individuali, personali, riconducibili a una singola storia.
Questa lettura, però, non è sufficiente a spiegare ciò che osserviamo nei corpi di molte donne.

Esistono forme di sofferenza che non nascono solo dall’esperienza individuale, ma da strutture storiche e culturali che, per secoli, hanno inciso sul corpo femminile.

Il controllo della riproduzione, della sessualità, del piacere, della ciclicità e del sapere incarnato non è stato solo un fatto sociale o politico: è stato anche un fatto somatico.

Quando la separazione dal corpo, dal sentire e dalla comunità si ripete per generazioni, smette di essere un’idea astratta.

Diventa organizzazione del sistema nervoso.


Il corpo impara a trattenere.
Il sistema nervoso impara a contrarsi.
La vitalità impara a non mostrarsi.

In questo senso, il trauma non vive solo nella memoria personale, ma nella trasmissione implicita: in ciò che il corpo riconosce come sicuro o pericoloso, permesso o proibito, possibile o minaccioso. Molte difficoltà che oggi vengono lette come “limiti individuali” possono essere comprese come risposte intelligenti a un contesto storicamente oppressivo.

La diffidenza tra donne, la difficoltà a fidarsi del proprio sentire, il senso di colpa legato al desiderio, la fatica a porre confini o a occupare spazio non sono necessariamente segni di fragilità personale. Possono essere l’espressione di una memoria più ampia, che vive ancora nei corpi.

Riconoscere questa dimensione non significa negare la responsabilità individuale, ma togliere colpa e isolamento.
Significa riportare il corpo in una storia più grande, in cui ciò che oggi appare come sintomo può essere visto come adattamento.

E sotto questa storia, nonostante tutto, esiste ancora un orientamento alla vita.
Un corpo capace di sentire, regolare, creare, scegliere, entrare in relazione.
Questa possibilità non è cancellata dal trauma, nemmeno quando è collettivo.
Può essere nascosta, ma non distrutta.